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Articolo di Franco Bomprezzi*
Fonte www.superando.it -
Mai come adesso che sto lentamente riprendendo possesso del mio corpo e del suo
funzionamento, mai come adesso che riesco faticosamente a muovere senza dolore
gambe rattrappite dalle fratture e dall'immobilità durata più di tre mesi, mai
come adesso che sperimento da vicino l'utilità preziosa di un assiduo e discreto
servizio di assistenza domiciliare, che mi consente, comunque, una vita quasi
normale : mai come adesso credo di capire perché è giusto e doveroso
battersi perché alle persone con disabilità, a prescindere dal livello di
autosufficienza, sia assicurata la possibilità di costruire attorno alla propria
esistenza un progetto plausibile e sostenibile di "vita indipendente".
Vedo infatti con crescente preoccupazione diffondersi la
tendenza socioculturale a togliere alla famiglia e alla persona i gangli
decisionali rispetto a presente e futuro, attraverso riorganizzazioni dei
servizi e delle prestazioni, che partono sempre e comunque da valutazioni di
carattere reddituale. Sembra ormai ineluttabile parlare sempre
e comunque di denaro. Capisco che siamo in crisi, ma non c'è di peggio
- per chi già in qualche modo deve scontare uno svantaggio, un handicap, una
differenza - che sentirsi valutato secondo parametri (al ribasso) di carattere
quasi esclusivamente economico.
In un progetto di "vita indipendente", come
meglio di me sanno argomentare i paladini di questo strumento di emancipazione e
di autonomia, si costruisce infatti un mix fra la volontà della persona,
le opportunità esistenti, le persone che durante la giornata sono chiamate a
garantire le condizioni per realizzare il progetto, e tutto questo avviene
costruendo un budget, che è certamente connotato da fattori di spesa, ma non
solo da questo.
La domanda di fondo infatti è: che cosa possiamo fare
delle nostre vite? Quali desideri abbiamo? Con chi vogliamo vivere? E dove?
Quali orari sono compatibili con la nostra libertà di scelta? E se riusciamo a
vivere in modo "non dipendente", possiamo davvero ipotizzare il superamento
dell'handicap, ossia una "vita alla pari"?
Le nuove tecnologie, la rete, sembrano avvicinare le persone
con disabilità a una serie incredibile di opportunità, anche quando la
comunicazione diventa difficile, o l'autosufficienza si riduce. Ma se nel
ripensare i servizi sociosanitari ci si limita a immaginare condizioni
sempre più onerose di accesso e di fruizione, se tutto diventa complicato e
ipercontrollato, la conclusione sarà una sola: l'impoverimento non solo
economico, ma anche mentale, di raggio d'azione, di ambizioni, di desideri.
Torno alla mia condizione transitoria: più ritarda il mio
ritorno all'autonomia piena, più mi accorgo che tendo ad accontentarmi di una
vita meno densa, più circoscritta, più scandita dai ritmi dell'assistenza. E
penso a quante persone con potenzialità assolutamente analoghe alle mie
sono di fatto costrette a rinunciare a sogni e progetti di vita, perché
qualcun altro ha deciso per loro, per "il loro bene".
Da troppo tempo leggo e vedo servizi sulla disabilità che hanno
i toni del dramma e della sconfitta. Sempre più difficile veder
raccontare un successo, un miglioramento, una novità positiva. Forse è il
momento di reagire, e di rivendicare normalità di vita, come tutti.
Senza dover chiedere scusa di esistere.
*Direttore responsabile di Superando.it. Il presente articolo
riprende, con alcuni adattamenti, un testo apparso anche in «FrancaMente», il
blog senza barriere di Vita.blog, con il titolo Elogio dell'indipendenza.
14 febbraio 2012
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