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UN 3 DICEMBRE PER IL LAVORO: "IL PROBLEMA È LO STIGMA"






Un 3 dicembre di celebrazione, nel giorno indetto dall'Onu in cui cade la Giornata internazionale dei diritti delle persone con disabilità. Una ricorrenza che Superabile vuole affrotnare da uno dei punti di vista che nel nostro paese rende più evidente la difficoltà di inserimento sociale delle persone con disabilità: il lavoro.

Un argomento di grande interesse ma anche un buco nero, visto l'alto numero di persone con disabilità costrette a non poter contare su un impiego. Superabile ne ha parlato con Pietro Barbieri, coordinatore del Comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità.

Che parla di "uno stigma gigantesco fa sentire tutte le persone con disabilità come incapaci di svolgere una funzione proficua”.

In Italia, la legge che ha stabilito le norme per il diritto al lavoro delle persone con disabilità quest’anno compie 18 anni. Che bilancio possiamo fare sulla sua applicazione?

Se ci fermiamo sui centri per l’impiego, non possiamo avere un bilancio particolarmente positivo. La trasformazione degli uffici provinciali del lavoro in centri per l’impiego ha prodotto un’innovazione in molti territori, ma in molti altri c’è stato soltanto un cambiamento di etichetta. Ciò accade tanto più nei territori dove ci sono meno opportunità di lavoro. Se il centro per l’impiego di Milano non dovesse funzionare bene, lì c’è talmente tanto lavoro che le imprese si strutturano anche con le agenzie per il lavoro private e assumono personale. Se non funziona in Calabria, il problema diventa invece ancora più acuto. E in questa “deriva neofederale” abbiamo affidato la gestione dei centri per l’impiego alle Province in totale autonomia, senza una spina dorsale che sapesse trasmettere a tutti i terminali degli indirizzi positivi e costruttivi. Ogni Provincia si è costruita il suo paradigma, le sue modalità.

Detto questo, bisogna ammettere anche che la legge 68 ha costituito reti: laddove c’erano delle buone pratiche, queste sono diventate servizi consolidati e magari riprodotte in rete in alcune regioni. Ha creato filiere del collocamento mirato. Una filiera attraverso la quale si può costruire, sulla base della ripresa dalla crisi, la possibilità di inserire persone con disabilità.

La parte negativa è proprio nella federalizzazione che non è parte della legge, ma della riforma del titolo V della Costituzione. Un tema che riguarda larga parte delle questioni legate all’argomento disabilità.

Nonostante l’intervento normativo, però, i numeri sull’occupazione delle persone con disabilità in Italia mostrano che in realtà di strada da fare ce n’è ancora. Quali sono gli ostacoli maggiori che oggi si incontrano su questo fronte?

La condizione di partenza è quella di uno stigma gigantesco che fa sentire tutte le persone con disabilità come delle persone che non sono capaci e abili a poter svolgere una funzione proficua all’interno di una dinamica lavorativa. È chiaro che tutto questo esiste ed è evidente a tutti. Fino a poco tempo fa, nella Relazione al Parlamento non riuscivamo neanche ad avere un tasso di disoccupazione. All’interno del tasso che leggiamo più o meno ogni mese, grazie ai dati Istat, non ci sono le persone con disabilità. Ma questo non riguarda solo il nostro Paese, riguarda tutti i Paesi europei: come se non fossero lavoratori disoccupati. La discriminazione è molto grande. Tra i disoccupati di cui parla la Relazione al Parlamento, inoltre, c’è un determinato target maggiormente coinvolto ed è la donna con disabilità intellettiva che risiede nel Sud Italia: questa categoria è discriminata due volte e mezzo in più rispetto alle altre. Tuttavia, sulla base dei dati che abbiamo, possiamo dire che la legge 68/99 ha resistito alla crisi. Siamo passati da 30mila occupati l’anno a circa 20mila, che non è male considerando la crisi, un Paese così frastagliato e lo stigma. Tutto sommato vuol dire che la legge qualche strumento lo ha saputo mettere in campo. Non siamo al livello zero.

Abbiamo tenuto botta sul numero di persone avviate al lavoro ogni anno.

Quando facciamo un confronto sulle politiche sociali con altri Paesi europei, non è raro trovare l’Italia in fondo alla classifica. In questo caso, visti i numeri, come si colloca il nostro Paese rispetto agli altri?

Non vedo grandi cose da invidiare. In Europa si confrontano due scuole: c’è chi è favorevole all’aliquota d’obbligo, come prevede la legge 68, e chi invece è contrario. Noi e i francesi, per esempio, siamo per la prima soluzione. C’è anche in Austria e una cosa simile in Germania, ma nei Paesi del Nord Europa no. A onor del vero, però, i dati su occupazione e disoccupazione delle persone con disabilità non differiscono molto. Il punto, però, è sempre la definizione che noi diamo di disabilità: in Spagna, per esempio, c’è una legge che prevede il 2% come aliquota d’obbligo, ma il livello d’invalidità è più basso rispetto all’Italia: il 33%, mentre da noi è al 47%. C’è un cut off completamente diverso. In quel 33% ci sono persone con disabilità più lievi che vengono collocate e sono quelle che trovano lavoro più facilmente. Con l’aliquota d’obbligo, però, si interviene anche su quelle più gravi. Non che si risolva il problema, ma si riesce a metterlo in campo. Questo è il nodo su cui verte il dibattito in Europa. La sfida, però, è quella delle disabilità più gravi, come quella mentale, e gli strumenti identificati dalle legge 68 in Italia intervengono su questo fronte.

Con il Jobs Act qualcosa si è mosso. Quali sono gli interventi che riguardano il mondo della disabilità?

Ci sono alcuni istituti del Jobs Act che vale la pena ricordare. Il primo, più tecnico, è quello dell’utilizzo dell’Icf (Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute, ndr), lo standard internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità, che cerca di disegnare anche le performance della persona: questa è già una parte rilevante. Poi c’è la questione della chiamata numerica, che viene sostanzialmente eliminata. Il collocamento mirato si fa attraverso la persona giusta al posto giusto e non per scorrimento di graduatorie. Sicuramente è un passo avanti, perché consente di non creare situazioni in cui viene chiamata una persona in carrozzina a fare pulizie in un’azienda, per fare un esempio. Il terzo punto riguarda il cosiddetto disability manager. L’abbiamo promosso sulla scorta di quanto è accaduto negli Stati Uniti.

Mentre noi approvavamo la 104 (la legge quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone disabili), negli Stati Uniti approvavano l’Americans with disabilities act, che ha riconosciuto la discriminazione nei confronti delle persone con disabilità e ha provveduto a eliminarne le fonti per garantire la piena possibilità di partecipazione. È per questo che in America ogni azienda deve avere un disability manager che ha il compito, alla pari di quello che accade con la sicurezza da noi, di eliminare tutti gli ostacoli sia per i lavoratori disabili dell’azienda pubblica o privata sia per i possibili clienti. Lì c’è una responsabilità legale. Nel nostro Paese l’abbiamo previsto solo per l’inserimento lavorativo ed è su base volontaria. Non c’è l’obbligo come nella normativa americana, ma è un passo avanti, perché si riconosce che il punto nodale è quello della discriminazione, non dell’aliquota d’obbligo.

In un contesto come quello italiano, caratterizzato dalle piccole e medie imprese, come si riesce a portare questa innovazione? C’è qualche buon esempio nel nostro Paese?

In Italia c’è una multinazionale di origine francese, L’Oreal, che ha già fatto un’azione di questo genere. Mettendo assieme il disability manager e il collocamento mirato è riuscita a fare un’operazione straordinaria di inserimento delle persone con autismo. È una grandissima cosa. E stiamo parlando di Torino. Per le piccole e medie imprese, invece, la questione è molto semplice: se iniziano a farlo le grandi aziende, poi lo faranno tutti. Il problema è creare esperienze. Nelle piccole e medie imprese, poi, paradossalmente è anche più facile. Per esempio, abbiamo dei ristoranti che hanno assunto o sono gestiti da persone con disabilità intellettiva. Il problema è mettere a sistema queste realtà. Noi siamo stati i primi in Europa a occuparci di disabilità più gravi e lavoro. Tuttavia serve un agente di cambiamento. Ci vogliono degli attori che diano avvio al mutamento e che lo possano praticare nella quotidianità, in maniera sistemica e non sperimentale.

Oltre agli interventi messi in campo dal Jobs Act, ce ne sono altri che ritiene necessari a breve termine?

Non riesco a pensare a ulteriori vincoli normativi. Certo, si potrebbe agire un po’ sugli esoneri, perché troppe aziende vengono esonerate rispetto all’obbligo di assunzione delle persone con disabilità, così come si dovrebbe agire sulle politiche attive per tutti i soggetti non obbligati. Tutto questo però deve poggiare su un sistema istituzionale che funzioni, altrimenti qualunque politica che mettiamo in campo rischia di fare una brutta fine. Per prima cosa mi verrebbe da dire che bisogna abolire il titolo V della Costituzione, poi costruire la vera agenzia nazionale del lavoro come l’Anpal (Agenzia nazionale politiche attive lavoro) funzionante in maniera tale che ci siano pratiche condivise.

Questo dà più garanzie di diritto e opportunità alle persone con disabilità di quanto lo dia un nuovo articolo che allarghi o restringa la platea. Ne abbiamo bisogno noi disabili, ma anche le imprese che sono tenute a rispettare un obbligo e non sanno a chi rivolgersi.

Oppure sanno a chi rivolgersi, ma quando vanno nei centri per l’impiego si ritrovano dietro il tavolo un burocrate e non un soggetto che cerca di aiutarle nell’inserire una persona con disabilità. È su questo che bisogna lavorare.

5 dicembre 2017


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