Fonte www.redattoresociale.it* - La disabilità intellettiva e l'autismo non sono condizioni "estremamente fragili", pertanto non rientrano nella "fase 2" prevista e calendarizzata nel piano vaccinale, rimodulato in base all'accordo dello scorso 3 febbraio tra le regioni, il governo e il commissario Domenico Arcuri. Nella tabella dedicata, infatti, rientra nella fase 2 la categoria delle "persone estremamente vulnerabili, indipendente dall'età": all'interno di questa categoria, ci sono le "condizioni neurologiche e disabilità fisica, sensoriale, intellettiva, psichica", precisate però, nella relativa definizione, come "sclerosi laterale amiotrofica; sclerosi multipla; paralisi cerebrali infantili; pazienti in trattamento con farmaci biologici o terapie immunodepressive e conviventi; miastenia gravis; patologie neurologiche disimmuni". Rientrano anche, nella categoria degli "estremamente fragili", le persone con sindrome di Down, "in ragione della loro parziale competenza immunologica e della assai frequente presenza di cardiopatie congenite sono da ritenersi fragili".

Nessuna priorità, a quanto pare, per le persone con disabilità intellettive e autismo. Né, tanto meno, per i caregiver delle persone con disabilità, verso cui invece le associazioni avevano chiesto ripetutamente un'attenzione prioritaria.

L'autismo, senza mascherina e senza vaccino

Per Stefania Stellino, presidente di Angsa Lazio, una grave disattenzione: "Parliamo di persone non collaboranti - fa notare - Abbiamo già il problema, grandissimo, dei bambini e dei ragazzi al di sotto dei 16 anni, che sono di fatto tagliati fuori dal vaccino per via della loro età, dato che la somministrazione per ora non è prevista ai minori di 16 anni. Ma anche tra gli adulti, la priorità viene accordata solo alle disabilità con comorbilità importanti, che rientrano quindi in una condizione di vulnerabilità". Altrettanto grave è non dare priorità ai caregiver: "Pensiamo a un ragazzo autistico grave di 14 anni, che non indossa la mascherina e non è collaborante: non vaccinare il caregiver significa esporre a rischio non solo il ragazzo, ma anche tutti gli operatori che interagiscono con lui, sia a scuola che in casa. Se mio figlio Daniel, che non indossa la mascherina, contraesse il Covid, sarebbero a rischio, oltre a tutti noi, anche le quattro persone che lo seguono a scuola e i cinque operatori domiciliari. Che cluster si potrebbe creare? Per tutelare i bambini e i ragazzi autistici - conclude Stellino - è da prevedere assolutamente la vaccinazione dei familiari e degli operatori, soprattutto per i ragazzi che non portano la mascherina, che hanno una disabilità intellettiva severa e sono estremamente non collaboranti. Sono tutti fattori che in questo momento non si stanno mettendo in campo".

Il vaccino arriva nei centri diurni

La situazione cambia completamente, però, se la persona con disabilità frequenta una struttura, residenziale ma anche diurna. Veniamo a scoprirlo grazie al racconto di Giusy, mamma di Alex, un ragazzo con autismo che frequenta un centro diurno in Veneto: "Ho appena ricevuto la comunicazione che nel centro in cui va mio figlio, faranno la vaccinazione martedì 17. Mi è stato detto che senza vaccino, la frequenza non è assicurata, perché nel centro ci sono soggetti molto sensibili. Alex da tre mesi era solo, nella struttura. Ora, con il vaccino, anche chi è più a rischio dovrebbe riprendere a frequentare".

Vaccino in arrivo, quindi, anche per le persone con disabilità, purché frequentino una struttura: una scelta comprensibile, ma non del tutto condivisibile. I centri diurni e riabilitativi hanno un regime sanitario e l'azione, da parte del piano vaccinale, è identica a quella prevista per le Rsa: accesso prioritario al vaccino quindi, fin dalle prossime settimane, per le persone con disabilità, anche intellettiva, che frequentino i centri diurni. "La tutela però non è per la persona con disabilità - osserva Elena Improta, mamma, caregiver e fondatrice della onlus Oltre lo sguardo - altrimenti dovrebbe essere garantita anche a chi sta in casa. La priorità in questo momento sono le strutture sanitarie, quindi la tutela degli operatori: da una parte questo è comprensibile, perché nella struttura circolano e ruotano tante persone, mentre nella famiglia si ritiene che ci sia meno via vai. Questo però non è vero - commenta - perché oltre ai familiari e al caregiver, ci sono anche fisioterapisti, logopedisti, assistenti domiciliari, che ruotano intorno alla persona con disabilità e frequentano anche altre case. Riteniamo quindi che creare questa disparità tra struttura sanitaria e nucleo familiare non sia opportuno né ragionevole. È legittimo immaginare che la questione sia legata alla responsabilità civile e penale dell'azienda sanitaria e della struttura".

*Si ringrazia Sandro Paramatti per la segnalazione del presente articolo