Fonte Vita - Il gusto per l’impegno civico si impara. In "Volontario, perché lo fai?" abbiamo raccolto venti vivai del volontariato: non si tratta solo di "formare" i propri volontari, ma di fornire una cassetta degli attrezzi per valorizzare le loro competenze, renderli competenti nel fare advocacy, metterli nelle condizioni di dare corpo al loro desiderio di impegnarsi. Poca teoria, tanta pratica. Più quattro leve per il people raising, da usare subito.
Sono 34.500 e mediamente molto giovani. Sono i “capi” Agesci, che volontari lo sono a tutti gli effetti anche se non si definiscono tali: preferiscono dire «facciamo servizio». Fare è un verbo che ritorna, perché «lo scoutismo è un’esperienza che “passa dai piedi”», dice Davide Pieretti, 32 anni, capogruppo del Fano 2. «Molti capi, come me, hanno iniziato da bambini, facendo tutti i passaggi da lupetto alla “partenza”, che è il momento in cui decidi dove “giocare” lo spirito di servizio che hai appreso in associazione. Lo scoutismo ti forma facendo, bisogna camminarci dentro le cose per comprenderle». In Agesci quella della “comunità capi” è una formazione continua, perché – spiega Annalisa De Muro, incaricata nazionale della formazione capi – essere capi è un’esperienza che non si fa da soli, ma appunto in comunità.
In Fondazione Don Carlo Gnocchi, invece, il decreto per il riconoscimento delle competenze lo hanno Gh hoanticipato: «La certificazione delle competenze sarà la prossima sfida per il nostro mondo, ma prima ancora di certificarle le competenze dei nostri volontari dobbiamo valorizzarle», spiega Monica Malchiodi, responsabile dei volontari e del servizio civile universale della Fondazione. Da otto mesi hanno scelto di coinvolgere i volontari nelle riunioni di équipe, per il momento con tre persone: «Il loro contributo è già stato molto apprezzato: portano uno sguardo diverso sulle persone che seguiamo e questo consente di pensare un progetto di vita ancora più attento a cogliere i desideri della singola persona».
Action Aid, Save the Children, Emergency hanno veri e propri “vivai del volontariato”. I loro percorsi – rispettivamnte Global Platform Italia, Alta Voce Academy e RiseUp! – sono percorsi che coltivano il desiderio di attivismo, offrendo strumenti operativi per realizzare campagne, fare advocacy, organizzare mobilitazioni a supporto della mission dell’organizzazione. Delle “cassette degli attrezzi” per chi vuole cambiare il mondo, fin da giovanissimo e per mostrare – come dice Sara Bondavalli, una dei partecipanti all’edizione 2023 di RiseUp! – che «non è necessario andare lontanissimo per fare la nostra parte».
Lo sanno bene a Labsus, di per sé un grande laboratorio di attivismo in cui è entrato – dal 2004 ad oggi – più di un milione di persone: «Cura dei luoghi e delle persone e delle loro solitudini è una parola chiave per descrivere l’impegno di chi partecipa ai patti di collaborazione», afferma Pasquale Bonasora, presidente di Labsus. La metà dei patti di collaborazione ad oggi si occupa di cura dell’ambiente ma sono in crescita quelli legati all riuso e rigenerazione urbana e ai beni culturali.
Le vie per attivare le persone e il loro “noi ci impegniamo” sono tantissime: c’è chi come Elena Fassina, volontaria della Lega del Filo d’Oro, entra come tirocinante e al termine delle ore previste resta come volontario, conquistato dal mondo scoperto. Chi incontra un’organizzazione nei panni del beneficiario e sceglie di ricambiare, dando una mano nella preparazione dei pacchi alimentari e nell’accoglienza: succede a Milano, all’hub di distribuzione alimentare di Coopi. E poi ci sono le comunità straniere che si attivano per rispondere a un bisogno comune: l’Associazione culturale filippina del Piemonte – Acfil a Torino con una cinquantina di volontari fa distribuzione di cibo e pacchi alimentari, doposcuola, corsi di zumba, servizio civico per il quartiere. «Essendo lontani da casa, sentiamo il bisogno di sostenerci a vicenda. Ma i nostri beneficiari vengono da venti Paesi: siamo diventati un riferimento per chiunque arrivi in città», racconta Mariter Ceballos, per tutti Ethel, la presidente.
Nel numero “Volontario, perché lo fai?” abbiamo raccolto 20 esperienze di “cura dei volontari e delle volontarie”: poca teoria e molta pratica, per avvicinare e per valorizzare chi sceglie di spendersi per gli altri e per il bene comune.
Queste le venti esperienze raccolte: Agesci, Labsus, cooperativa sociale Adelante, Action Aid, Save the children, Cesvot, Acfil, Emergency, Anffas, Coopi, Centro Giovanile l’Orizzonte, Avis, Banco Alimentare, Fondazione Don Gnocchi, Lega del Filo d’Oro, Immischiati, Don Bosco 2000, Lav, Dynamo Camp, Cittadinanzattiva.
Quattro leve per l’attivazione
Accanto a questi “vivai della partecipazione civica”, ecco quattro leve fondamentali per fare “people raising”:
-
Certificazione delle competenze. Atteso da un decennio, il 24 ottobre 2025 è stato pubblicato in GU il decreto che definisce i criteri per il riconoscimento in ambito scolastico e lavorativo delle competenze acquisite facendo volontariato. Servono almeno 60 ore di servizio in un anno: ne parla la viceministra Maria Teresa Bellucci;
-
Servizio civile universale. Tra servizio civile e volontariato c’è un circolo virtuoso: tanti giovani, terminato il servizio civile, continuano il loro impegno. Magari lo fanno in altri ambiti, ma quella è una straordinaria palestra di cittadinanza attiva: ne parla Laura Milani, presidente della Conferenza Nazionale Enti Servizio Civile);
-
Mini-grants. Pochi soldi, anche a sostegno di gruppi informali, generano azioni di prossimità che contagiano altri gruppi sul territorio: tecnicamente si chiama “effetto snowballing” e New York lo sperimenta da anni con un programma ad hoc. Funziona;
-
Nudging. Incentivi di natura non economica possono aiutare ad avvicinare nuovi volontari o a rafforzare l’engagement di quelli già attivi? Per ora è un’ipotesi di lavoro, su cui Fondazione Terzjus realizzerà uno studio sperimentale.











