Fonte VITA - «Troppo spesso il ruolo degli educatori e dei pedagogisti è considerato di “secondo piano” rispetto ad altri professionisti. Oggi, invece, abbiamo raccontato la resilienza, le capacità e le opportunità che possono nascere attraverso l’impegno e le strategie messe in campo dall’educatore, soprattutto nel progetto di vita di ogni persona». Spenti i microfoni e abbassate le luci, la ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli è visibilmente soddisfatta al termine di quello che lei stessa, a inizio mattinata, aveva definito una «giornata pilota» per costruire un racconto diverso del lavoro degli educatori, figura centrale anche all’interno di quel cambio di prospettiva nel modus operandi dei servizi – meno offerta standard, più personalizzazione – previsto dal decreto legislativo 62/2024 e dal progetto individuale personalizzato e partecipato.

Il convegno, dal titolo “Educatori ed educare. Una scelta di vita” si è tenuto a Milano, ospitato dall’Università Cattolica del Sacro Cuore: una tappa verso la nuova edizione di ExpoAid, che si terrà dal  25 al 27 giugno a Rimini. Ad aprirlo, insieme alla ministra Locatelli e gli assessori regionali Elena Lucchini Alessandro Fermi, i rappresentanti di tre università che curano con particolare attenzione la formazione iniziale dei futuri educatori: Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Monica Guerra, direttrice del Dipartimento di scienze umane per la formazione “Riccardo Massa” dell’Università degli Studi di Milano – Bicocca e Giuseppe Scaratti, direttore del Dipartimento di scienze umane e sociali dell’Università degli studi di Bergamo.

Tantissimi gli interventi che si sono succeduti, moderati da Serafino Corti, Mirco Tamagnini, Marco Zanisi, Massimiliano Malè e Marco Bollani, spesso in rappresentanza delle associazioni rappresentative del mondo degli educatori e dei pedagogisti, che hanno sostenuto l’iniziativa: quasi tutti hanno scelto di portare delle storie concrete, spesso attraverso brevi video o testimonianze in cui proprio le persone che gli educatori hanno affiancato si sono raccontate in prima persona. Perché – come hanno sottolineato in tanti – i protagonisti di queste storie di cambiamento sono innanzitutto loro.

«Sono convinta che spesso il racconto che emerge nella quotidianità, soprattutto da parte dei media, non aiuti e non dia conto del lavoro straordinario che gli educatori svolgono al fianco delle persone e delle famiglie. Serve una narrazione più attenta e consapevole, che possa contribuire a cambiare lo sguardo e a dare nuova dignità a chi, con grande responsabilità, professionalità e tanta passione, lavora al servizio degli altri, in percorsi spesso complessi ma dove ciò che appare come un piccolo segnale positivo in realtà è in grado di reindirizzare una vita intera», ha sottolineato la ministra nelle sue conclusioni, ricordando che è questo il mondo da cui lei stessa proviene.

 

Le vostre storie hanno fatto venire in mente a ciascuno di noi tante altre storie, che devono essere raccontate e devono essere raccontate così, come abbiamo fatto oggi, mostrando la bellezza di questo lavoro che davvero può cambiare i percorsi di vita delle persone: storie che invece oggi circolano solo nei nostri mondi, senza uscire da lì. Occorre dare visibilità a questo bellissimo lavoro e anche dargli un’immagine diversa da quella che troppo spesso appare in tv». La ministra ha messo l’accento sul cambio di prospettiva: «Vedere nelle persone le potenzialità e non i limiti, valorizzare le persone che è qualcosa che va oltre l’inclusione: è questo ciò che dobbiamo fare sempre».

Le università

Domenico Simeone, preside della Facoltà di Scienze della Formazione della Cattolica ha invitato gli educatori condividere il proprio sapere, che altrimenti rischia di restare «una epistemologia implicita». Occorre «fare uno sforzo per cambiare la narrazione di questa professione e questo dipende anche da noi, da come la riempiamo di significati». Monica Guerra ha ricordato che «una narrazione diversa si costruisce soprattutto dall’ascolto di chi questa professione la fa» e citando una ricerca avviata dall’Università Bicocca tra i laureati in L19 ha sottolineato che «non c’è una disaffezione rispetto al lavoro educativo ma una consapevolezza crescente sulla complessità di questo lavoro e sul diritto ad un suo riconoscimento professionale che sia anche sociale ed economico, dove sociale nelle risposte viene prima dell’economico. Una consapevolezza deve trasformarsi in un diritto».

 

Che fine ha fatto l’ordine?

L’ultima novità è che con il Milleproroghe 2026 il Parlamento ha disposto un ulteriore rinvio del termine per le iscrizioni agli Albi dell’Ordine delle professioni pedagogiche ed educative previsto dalla legge 55/2024: la nuova deadline è il 31 marzo 2027.

A quasi due anni dall’approvazione della legge 55/2024 quindi l’albo e l’ordine degli educatori non solo ancora non ci sono, ma si allontanano. In questo scenario Maria Angela Grassi, presidente Associazione Nazionale Pedagogisti Italiani-Anpe, Silvia Negri, presidente nazionale Associazione professioni pedagogiche-App e Samuel Spiga, presidente nazionale del Coordinamento nazionale pedagogisti ed educatori, hanno fatto il punto sull’attuazione delle legge 55/2024.

«Una legge per qualcuno non necessaria, ma che noi abbiamo fortemente voluto per prevenire l’improvvisazione e dare standard qualitativi importanti», ha detto Grassi. «Il  disegno di legge 1712 che permette il superamento delle criticità che fino ad oggi hanno impedito attuazione della legge 55/2024 è in Senato, in attesa di essere calendarizzato. Dodici associazioni professionali su 13 hanno chiesto – ed è stata accolta – che i due albi diventino un unico albo con due sezioni, una per gli educatori e una per i pedagogisti», ha proseguito Negri.

Spiga ha sottolineato la necessità di affrontare alcune questioni dirompenti, che stano rallentando il processo: la questione dello “zero-tre”, «per cui ci sono organizzazioni e enti molto importanti he stanno spingendo affinché gli educatori dello “zero-tre” non abbiano l’obbligatorietà di iscrizione all’ordine, con motivazioni per noi deboli» e quella dell’assistenza nella scuola accanto agli alunni con disabilità, «con la figura relativamente nuova dell’Asacom, che non avrebbe obbligo di iscrizione all’ordine». Il «rischio che si corre» è che ci troveremo di fronte a due servizi importantissimi, rivolti a persone che hanno forte bisogno di tutela e qualità del servizio educativo, senza la protezione e la qualità che un ordine garantisce».

Storie e parole

«Avere la mente dell’esploratore, il cuore del pittore, il coraggio del guerriero», così la pedagogista Anna Circosta, di Apei, ha sintetizzato la postura di chi fa un lavoro educativo. «Avevo paura, ma la mia paura si è trasformata in coraggio», ha detto raccontando il percorso di Rayan, un ragazzino con autismo.

 

La definizione di educatore di Cristina Pendola, vicepresidente di Aniped, è invece che l’educatore è «il lettore dei contesti, il professionista della relazione, colui che media. Siamo educatori se siamo in grado di costruire reti. Il decreto 62 ci chiede questo, passare dall’integrazione alla coprogettazione, dalla prestazione alla relazione».

Fabio Maisto, educatore sociale e allenatore di calcio paralimpico, ha raccontato l’esperienza di Sambarimini, dove ragazzi con disabilità e senza giocano a calcio insieme: «Siamo tutti in gioco nel costruire l’azione che può portare a fare goal», ha ricordato. Elena Veggi, consulente educativa, ha evidenziato invece come «quando ho iniziato a lavorare pensavo che il nostro compito fosse trovare soluzioni e indicare risorse, poi ho capito che non occorre trovare sempre e solo risposte e risorse, più spesso è più arricchente custodire possibilità, mettere in luce competenze, in-segnare cioè stare nella relazione educativa. Noi non lavoriamo per compensare una mancanza ma per generare opportunità e un modo diverso di abitare i contesti».

Di tutte le storie, quella portata da Giampaolo Scarsato –  educatore professionale all’Asst Spedali Civili di Brescia – è particolare: non riguarda una persona ma un progetto, Colab Brescia: un processo di recovery, uno spazio da cui sono passate 800 persone, «una casa della comunità per la salute mentale», che valorizza «le competenze della persona sulla malattia, competenze che il professionista non ha». L’utente al Colab è protagonista, fin dalla progettazione: ed è interessante che a un corso per educatori in cattedra come docente ci sia un utente. Da qui la sua provocazione: «Abbiamo parlato in oltre trenta persone oggi: ma cosa significa il lavoro dell’educatore deve essere raccontato anche da chi ne beneficia».