|
Il presidente di Anffas Onlus, Roberto Speziale, commenta lo stato dell'arte
Fonte www.vita.it -
«Siamo all’assurdo, per non dire al tragico». Così
Roberto Speziale, presidente di Anffas, commenta la
seconda bozza sulla riforma dell’Isee, quella che il
sottosegretario Cecilia Guerra ha presentato alle associazioni di
persone con disabilità lo scorso 20 giugno. Siamo ormai alla fine del percorso:
il decreto di revisione dell’Isee era atteso entro il 31 maggio. In quella bozza
non solo è confermato il fatto che verranno considerati
come redditi (e quindi rientraranno nell’Isee) anche
gli aiuti monetari che lo Stato riconosce alle persone con
disabilità (assegni di cura, indennità di accompagnamento, pensioni),
ma «oltre ai trattamenti assistenziali, previdenziali e indenni tari,
faranno reddito anche le carte di debito e i buoni spendibili per l’acquisto di
servizi se denominati in euro», ci rivela Speziale.
Un’ipotesi su cui Anffas esprime «massima e totale
contrarietà» e che si va ad aggiungere alla b assa franchigia
prevista per i redditi delle famiglie con un componente con disabilità a
carico di cui ha parlato Tommaso Daniele, presidente
dell'Unione Italiana Ciechi.
Presidente Speziale, a che punto è l’interlocuzione con
il Governo?
Noi abbiamo partecipato ai due incontri organizzati dal
Ministero in quanto facenti parte (tramite un nostro tecnico) della delegazione
FISH. Lo stile è stato quello di sempre, accresciuto dalla consapevolezza che la
materia non solo è complessa, ma, soprattutto, affronta aspetti dell’accesso al
sistema di welfare che interessa moltissime persone, tra cui anche le persone
con disabilità. Sulle due bozze di provvedimento abbiamo
quindi, come ANFFAS e come FISH, prodotto puntuali osservazioni scritte
e presentato proposte. Anzi, sull’ultima bozza presentataci lo scorso
20 giugno abbiamo predisposto emendamenti precisi al testo che speriamo
possano ulteriormente migliorare quello che poi andrà alle Commissioni
Parlamentari, alle quali ci rivolgeremo per ulteriormente motivare le
nostre posizioni e per “vigilare” sul dibattito che si svolgerà tra le forze
politiche.
Avete avuto interlocuzioni e rassicurazioni in merito
al fatto che l’accompagnamento rimarrà slegato dal reddito?
È evidente che le rassicurazioni fornite dal Sottosegretario
Guerra e dallo staff del Ministero riguardo all’ambito di applicazione del
Decreto (in particolare non collegare l’accesso all’indennità di accompagnamento
all’ISEE) ci hanno per il momento tranquillizzato. Questo elemento dimostra
una volontà politica che è stata giustamente apprezzata e valorizzata.
Ciò non significa, da parte nostra, alcun calo di attenzione e
iniziativa, visto e considerato che il collegamento tra ISEE e
agevolazioni fiscali e tariffarie e provvidenze di natura assistenziale è
chiaramente indicato nella Legge approvata dal Parlamento (L.22
dicembre 2011 n. 214).
E sul fatto che le indennità siano conteggiate come
reddito?
Su questo la posizione dell’ANFFAS e della FISH è netta:
massima e totale contrarietà . Anzi, la seconda bozza ha
ulteriormente peggiorato il quadro, visto che si prevede di inserire ai fini del
calcolo della situazione reddituale, oltre ai trattamenti assistenziali,
previdenziali e indennitari, anche le carte di debito e i buoni spendibili per
l’acquisto di servizi se denominati in euro. Siamo all’assurdo, per non
dire al tragico. Una disposizione che non comprendiamo, che non ha
ragione, perché non esiste alcuna logica nel pensare che quanto percepito da una
persona con disabilità ai sensi della Legge 162/1998 possa essere considerato
“reddito”.
Di cosa stiamo parlando?
Si sta parlando di somme di denaro connesse a progetti
individuali, valutati e approvati dalle ASL e dai Comuni, finalizzati
all’assistenza o allo scopo di garantire il diritto a una vita indipendente.
In altre parole, somme di denaro che la persona con disabilità
percepisce non solo per un naturale e sacrosanto diritto a scegliere le
forme e i modi con cui procurarsi forme di sostegno, ma che,
soprattutto, sostituiscono (in modo del tutto insufficiente) la cronica
assenza di servizi e sostegni adeguati. Anche su questo, ovviamente,
abbiamo presentato emendamenti precisi.
Che scenario si profila, in generale?
Di grande preoccupazione, al di là dei contenuti di questo
specifico provvedimento che pure ha accolto alcune delle richieste delle
Associazioni, come quella di una definizione di “prestazione
sociosanitaria” che include le prestazioni strumentali e accessorie alla loro
fruizione, tra cui il servizio/trasporto. Il quadro complessivo
delle politiche sociali nel nostro Paese, da troppo tempo (ben prima
quindi dell’azione del Governo in carica) è profondamente
inadeguato, e non solo, si badi bene, perché le risorse destinate al
sistema di protezione sociale si sono praticamente ridotte a zero. Fermo
restando che le politiche e le azioni di risposta ai bisogni dei cittadini in
condizioni di maggiore vulnerabilità necessitano di risorse adeguate, da tempo
ANFFAS sostiene che non è solo con maggiori risorse che le politiche sociali
diventano più inclusive, capaci di contrastare le discriminazioni, di innovare
in profondità il sistema dei servizi alla persona, di modificare, in modo
coerente alla Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità, i
criteri di accesso al sistema.
Ad esempio?
Faccio riferimento alla riforma dei criteri di
accertamento dell’invalidità civile, sistematicamente ignorata da tutti coloro
che si sono succeduti alle responsabilità di Governo di questo Paese da dodici
anni. Anni di attesa, di silenzi, di totale assenza di volontà politica
e culturale, che hanno prodotto e continuano a produrre danni immensi non solo
alla vita delle persone, ma anche alle casse dello Stato. E faccio riferimento
ai colossali e costosi piani di verifiche straordinarie dell’INPS che
non hanno minimamente prodotto, come più volte detto dalle
Associazioni, i mirabolanti risultati di contenimento della spesa previdenziale
e assistenziale auspicati da chi ha proclamato, per anni, che i soldi dei
cittadini venivano mal spesi perché l’Italia è un paese con troppi invalidi, e
tra questi, molti falsi, e cioè delinquenti. Nulla di tutto ciò è
avvenuto. È invece accaduto che decine di migliaia di persone con disabilità
hanno dovuto subire iniqui e degradanti trattamenti. È accaduto e
accadrà che, come dimostrano i dati, l’INPS soccomberà nella maggiore
parte dei ricorsi presentati dai cittadini che si sono visti interrompere il
trattamento previdenziale e/o assistenziale per motivazioni del tutto arbitrarie
e ingiuste (e quindi, con ulteriori costi a carico della collettività ).
Da questo punto di vista, il fatto che il Governo abbia messo mano alla riforma
dell’ISEE, e non alla riforma dell’accertamento dell’invalidità civile,
ci pare una grave ripetizione di atteggiamenti purtroppo già visti negli ultimi
12 anni.
Su cosa puntate le vostre iniziative?
Tutta la nostra speranza e iniziativa si concentra ora sulla
redazione del programma di azione biennale per la promozione dei diritti
e l’integrazione delle persone con disabilità a cura dell’Osservatorio nazionale
sulla condizione delle persone con disabilità istituito con la Legge
18/2009. E come già detto, se non si parte dalla riforma indicata nell’art. 24
della Legge 328/2000 il sistema non cambia: da questo punto di vista, la
crisi che sta cambiando e cambierà le politiche sociali nel nostro Paese può
essere vista come una opportunità.
Davvero?
Ciò che vale per l’economia, il mercato del lavoro, la
politica internazionale vale anche per il sociale, anzi, vale ancora di
più, purché ci si convinca che le politiche di welfare sono motore di
sviluppo, e non zavorra da scaricare, scaricando con esse il destino di chi vive
in condizione di maggiore vulnerabilità. La riforma è quella che ci
viene indicata, ancora una volta, dalla Convenzione Onu: basta con le
politiche assistenziali come il settore prevalente entro il quale si
esercita l’attenzione della Repubblica, occorre rapidamente passare ad
una forte integrazione delle politiche, rimettendo al centro dell’attenzione la
ripresa concreta dei piani per l’inserimento lavorativo e la formazione
professionale delle persone con disabilità. Può sembrare un
atteggiamento fuori dalla realtà, ma solo così si incrementano i processi di
inclusione, e solo così possiamo contribuire, noi per primi, ad evitare che il
sistema dei servizi alla persona continui a funzionare nel modo attuale creando,
inevitabilmente, un continuo aumento di costi.
Come dovrebbero essere queste nuove politiche
integrate?
Politiche integrate vuol dire definire i livelli
essenziali di cui all’art. 117 lett. m della Costituzione,
aggiornando i LEA, definendo i LEP, e definendo quanto ancora c’è da
definire al fine di garantire i diritti civili e sociali. E politiche
integrate vuol dire ripensare il sistema dei servizi, perché non è detto
che la persona con disabilità possa trovare solo nei servizi attuali le risposte
ai suoi diritti/bisogni di inclusione , e questo potrebbe volere dire
conversione della spesa pubblica, non necessariamente finalizzata a
servizi e prestazioni, ma finalizzata a creare condizioni di reale promozione
della dignità personale e sociale delle persone con disabili tà (per
esempio attraverso la formazione professionale e il lavoro).
Questo Governo ha saputo ascoltare la vostra
voce?
Fino ad ora no, o poco, troppo poco. Occorre quindi
fare di più, e come già detto, concentreremo la nostra attenzione
“programmatica” al piano di azione biennale. In tal senso, ci aspettiamo che il
Governo metta l’Osservatorio nella condizione di operare al meglio
possibile. In questo “meglio possibile” c’è anche il fattore “tempo”: occorre
muoversi!
27 giugno 2012
|